LETTERE DAL SESSANTOTTO: INCONTRO CON ROMANO LUPERINI

Rispondendo all’invito di ADI e ADI SD, dell’Università e delle Scuole di Catania per la Giornata della letteratura 2018, Romano Luperini ha posto un’unica condizione: che non si risolvesse in una conferenza, nella testimonianza inerte di un monumento vivente. Voleva che fosse un dialogo; un “incontro”, per dirla con un vocabolo caro al suo dizionario: scambio di segni. E così è stato.

Ospitato nell’aula magna del Liceo Archimede di Acireale, l’incontro si è svolto alla presenza di un pubblico foltissimo, attento, intensamente partecipe e assolutamente “trasversale”: docenti di varie discipline (dalle Lettere alla Storia e la Filosofia, dalla Matematica alla Storia dell’Arte alle Lingue straniere) e di varie scuole del territorio catanese, studenti appartenenti a vari istituti, cittadini.

“Prima che il tempo del colloquio finisse ne prese il posto suo padre. Si vedeva che cercava di essere disteso, pacato. (…) aveva lampi di decisione e di aggressività. Ma le sue parole suonavano calme e razionali. «Io a questa a vostra rivoluzione non ci credo (…). Se la vostra fosse una vera rivoluzione, io ci starei. (…) Ma una rivoluzione accade quando c’è una situazione drammatica, quando c’è una guerra o una dittatura o la gente muore di fame. In Italia non c’è nulla di tutto questo. (…) Voi sapete solo gridare per le strade, ma non avete un programma, non avete le armi, non avete nulla per fare una rivoluzione. Siete solo dei ragazzi illusi. Le rivoluzioni sono una tragedia, la mia generazione l’ha fatta contro i fascisti e i tedeschi, ed è stata una tragedia, ogni guerra civile è una tragedia, e noi l’abbiamo fatta senza tante parole, senza slogan, senza canti per le strade, e senza cortei…” (R. Luperini, L’uso della vita. 1968)

“«Dopo Volponi, Fortini» (…) «A uno a uno spariscono gli amici della vecchia generazione, quelli più anziani, che per noi erano insieme amici e maestri. Il nostro mondo sta scomparendo»
«Non capisco» ha interloquito Betty «Perché il vostro mondo sta scomparendo? A volte avete un modo di parlare, voi della vostra generazione, come se foste un’associazione segreta, o un club di snob, non so».
Mi sono innervosito. Associazione segreta? Club di snob?
«Ma guarda che abbiamo pagato di persona. Altro che snob! (…) nel Sessantotto siamo stati processati per una manifestazione, lui ha perso il lavoro, io ho fatto diversi mesi di carcere, per due anni sono stato sospeso dall’insegnamento senza stipendio….»
Franco ha sorriso dolcemente. «I giovani vanno capiti. Per la loro generazione parlare degli anni Sessanta e del Sessantotto è come parlare dei Sette re di Roma… Quello era un altro mondo, gli è stata fatta subito terra bruciata intorno, dapprima è stato trasformato in innocuo folclore giovanile e poi demonizzato, ridotto a un fenomeno esecrabile di terrorismo politico, e non c’è stata nessuna continuità, nessuna trasmissione di idee…»” (R. Luperini, L’ultima sillaba del verso).

Muove da qui, dalla lettura di queste due pagine tratte da quei romanzi con i quali ha raccontato il “suo” Sessantotto, il dialogo con Luperini: il protagonista del primo romanzo giudicato, ancora giovane sessantottino, dal padre, ex partigiano e aspramente critico verso il movimento; e poi, divenuto adulto, giudicato (nel secondo romanzo) dalla giovanissima compagna, che lo accusa di snobismo e nostalgie retrò.
Ma qual era veramente l’identità di chi, appartenente a quella generazione, si trovò a fare una “rivoluzione senza armi”? Inizia così la testimonianza appassionata e lucidissima di Luperini, dal tentativo di definire il patrimonio di valori e i riferimenti politici, ideologici, culturali che fecero il Sessantotto, al di fuori dell’abbassamento folklorico o della mitizzazione nostalgica. A sollecitarne ricordi e riflessioni, le domande dei docenti e degli studenti. Quale continuità fra il Sessantotto e l’impegno politico degli anni Settanta? Quale l’importanza della “leggerezza”, dell’intensa e forse un po’ incosciente felicità di quell’impegno? Quale il rapporto con i personaggi e gli intellettuali di spicco dell’epoca, da Sofri, carismatico e intransigente, a Fortini e Timpanaro, amici e interlocutori privilegiati di Luperini, dal polemico Pasolini a Don Milani? E ancora: quanto contavano Gramsci e le grandi voci della sinistra? E in che termini è possibile definire un paradigma letterario per gli scrittori di quell’epoca, in assenza di una vera e propria corrente su cui appiccicare la scomoda etichetta di “scrittori del Sessantotto”? Luperini scorre con acume eventi, opere e autori e, nel gioco semiserio di “chi butterebbe giù dalla torre”, salva alcune libri-guida: “L’uomo a una dimensione” di Marcuse”, “Lettera a una professoressa” di don Milani, “Dalla parte delle bambine” di Gianini Belotti, “Il mondo salvato dai ragazzini” di Morante, “Vogliamo tutto” di Balestrini, “Il lupo mercante” di Sereni e qualche altro ancora.
E rispondendo alle domande, Luperini non manca di dire la sua sulle questioni che da sempre gli stanno a cuore: il ruolo degli intellettuali, la funzione della scuola e dell’università, la politica e il suo difficile rapporto con la cultura; il “noi” ancora possibile e necessario, piuttosto che l’ “io”, autoreferenziale e mortifero: la lezione impartita con più forza, indispensabile soprattutto per la comunità educante.

E’ davvero un dialogo fittissimo e intergenerazionale e due ore non bastano a contenerlo: studenti e docenti circondano il grande studioso al termine dell’incontro, gli porgono ancora domande e libri. E gli strappano la promessa di ritornare.

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uno studente del Liceo Lombardo Radice

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Loredana Smario

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Piera Cariola

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Maria Rita Giansanti

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Alfio Tosto

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una studentessa del Liceo Lombardo Radice

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Paola Lizzio

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Romano Luperini, Luisa Mirone

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dal pubblico, l’intervento di Teresa Vespucci

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il pubblico di docenti e studenti

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il pubblico di docenti e studenti

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il pubblico di docenti e studenti

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il pubblico di docenti e studenti

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Romano Luperini, Luisa Mirone

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Romano Luperini

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un gruppo di studenti del Liceo Spedalieri

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un gruppo di studenti del Liceo Lombardo Radice, guidato da Alberto Bertino

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